“Bella e Ciao. Storie di pecore erranti e cieli sospesi” è una favola per bambini e adulti ispirata alla vera storia di due pecore salvate il 25 aprile 2025 dai volontari del rifugio Nello Porcello. Il racconto, nella descrizione delle caratteristiche di questo animale, prende spunto anche dal libro di “La pecora” di Sara D’Angelo e Alessandra Manfredi.
C’è un punto in cui la favola si salda con la critica politica e l’antispecismo diventa una lente per osservare l’oppressione in tutte le sue forme.
George Orwell lo ha mostrato bene nella “Fattoria degli animali” dove questi diventano la chiave per osservare come l’autorità spesso si trasformi da liberatrice in tirannica, e come la distinzione di specie sia solo una versione particolarmente comoda della distinzione tra forti e deboli.
Anche “Giorni in Birmania”, altra opera di Orwell, pur senza animali protagonisti, rivela il meccanismo: il colonialismo usa categorie di superiorità che funzionano esattamente come l’antropocentrismo — qualcuno è “più umano”, qualcun altro meno, e l’oppressione si ammanta di giustificazioni morali.
Evgenij Zamjatin nel suo celebre romanzo “Noi”, offre poi lo scheletro distopico: un mondo che riduce ogni essere vivente a ingranaggio, funzione, numero. Zamjatin non parla di animali, ma si serve della stessa logica che li trasforma in strumenti.
“Bella e Ciao. Storie di pecore erranti e cieli sospesi” vuole essere questo: una favola che ti costringe a riconoscere che la distopia non è altrove, è già qui, nella normalità con cui accettiamo la superiorità della nostra specie come se fosse un fatto naturale e non una costruzione di potere.
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