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Sandrùn, un uomo preoccupato

Sandrùn, un uomo complicato
L’artista Sandrùn, al secolo Francesco Barbera, nasce a Sordevolo un piccolo paese vicino a Biella tra le due guerre e si spegne nel 1970 in un afoso pomeriggio di luglio sotto un porticato. Conosciuto in paese come Franceschino dell’Elvo, vive una vita breve, una vita di lotta a colori forti, decisioni scolpite nel corpo e nella mente. Un uomo scomodo che ha lasciato un segno, un impronta forte e duratura fatta di luci e ombre. Sandrùn, Un Uomo preoccupato, come i pochi tratti di carboncino su cartone del 1960 per un viso concentrato, raccolto e ripiegato che si appoggia su delle mani stanche perchè un uomo non è altro che i suoi problemi e le sue preoccupazioni.
Non esiste un uomo privo di preoccupazioni, perchè un uomo che pensa, un uomo che misura se stesso sulla realtà intorno, che scolpisce la propria personalità attraverso lo scontro con il mondo è un uomo pre-occupato, e cioè che si occupa prima degli altri di scoprire il mondo così come è.
E scopre l’abisso dell’uomo per sua natura infelice. E a quello si rivolge Sandrùn, all’uomo infelice ma pensante, perchè un uomo felice, è un uomo che non pensa. E un uomo che non pensa, non è un uomo.

Di e con Giulio Valentini
Musica di Daniele Defranchis

Estratto:
Scolpire il disordine e se la gallina come modello, non sta ferma che gli s’inchiodino le ali sul tavolaccio.
Scolpire il disordine e se l’uomo in posa non esprime sufficiente dolore, che gli si accenda un fuocherello sotto i piedi così che urli.
Scolpire il disordine e se si deve usare un teschio si usi uno vero.
Scolpire il disordine e se bisogna sembrare Leonardo anche esteriormente si usino per i miei capelli pure soluzioni chimiche usate per fissare dipinti a costo di finire in ospedale.
Scolpire il disordine per staccare pezzi di realismo che non ritraggono solo la superficie, l’apparenza ma anche e soprattutto l’interiorità della persona, la sua anima autentica.
Scolpire il disordine e che s’inchiodi Cristo per i polsi perchè le mani non resisterebbero a lungo al peso di un corpo morto, i polsi sì.
Scolpire il disordine il suo studio/camera da letto, in penombra il nero caminetto, un letto disfatto, sedie con cumuli di libri, “fuori si annusa la primavera e dentro casa vivo con il cappotto”..

“Sandrùn non è il mio vero nome, quello è il mio nome di battaglia partigiana, Francesco Barbera è il mio nome vero. Mio padre non mi ha riconosciuto, mia madre sì, come si riconosce un peso. Ho avuto una nonna un giorno o forse tre, l’unica che in questa storia merita di avere un nome: Bianca Rubino, detta a Sordevolo la “Candeila”. Ma i miei veri genitori sono il Cottolengo e la “Piccola casa della Divina Provvidenza” di via Orfanotrofio”.

Scrive Emilio Jona nel suo libro dal titolo “Un posticino morale”: “Quel drogante sfugge il lavoro per l’occasione sfaticata, sfrutta pietà e o fastidio che arreca al prossimo con lo scopo preciso del sostentamento vive di pranzi scroccati, di prestiti che mai restituirà, di schizzi al carboncino…”
quanto vuoi?…fai tu…duemila?…va bene…ecco qua duemila lire…in fondo vanno e vengono…e se diventasse famoso…non si sa mai”.

Sandrùn non è diventato famoso e forse mai lo diventerà per sua scelta e volontà postuma.
Il rapporto che ha sempre voluto è di uno a uno, come le montagne.
Da lontano le conoscono tutti le montagne, ma pochi riescono a scalarne, a guardarle in faccia e conoscerle in profondità per quello che sono.
E quindi lo ringrazio per avermi concesso la sua amicizia e per essersi svelato, così semplicemente un 21 aprile in via Italia.

Andato in scena:
- Festival “Suoni di Parole. Libri, musica e integrazione”, Cittàdellarte – Fondazione Pistoletto, via Serralunga 27, Biella